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Appalti, si cambia!

Avv. Angelo Lucio Lacerenza - Foro di Roma

Un buon appalto è il risultato di un’efficiente macchina amministrativa, che ben funziona lungo l’intero “ciclo di vita” di un affidamento, dalla programmazione sino all’esecuzione del contratto, controlli compresi.

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Dopo oltre 800 modifiche (censite da “Italia Oggi”), il codice degli appalti del 2016 giunge al capolinea

Lo scorso 14 giugno, infatti, è stato definitivamente approvato dal Senato della Repubblica il disegno di legge che delega il Governo ad adottare il nuovo codice (AS 2330-B), contenente i princìpi ispiratori della riforma della materia. Con una rilevante novità già nel metodo: il Governo potrebbe avvalersi della facoltà di ricorrere al Consiglio di Stato per la “stesura dell’articolato normativo”, ai sensi dell’art. 14, n. 2° del R.D. 26 giugno 1924, n. 1054, in alternativa alla proposta dello schema di decreto da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro delle infrastrutture, di concerto con i Ministri competenti. Novità, forse, nel segno dell’attenzione massima che il Legislatore intende prestare al nuovo codice, chiamato a governare, senza incidenti di percorso, la rilevante mole degli investimenti connessi al PNRR (oltre, ovviamente, agli appalti non finanziati dalle risorse del Piano di resilienza).

Molte sono state le riserve sul codice del 2016: a parte le numerose modifiche, esso non pare aver dato prova di semplificazione normativa, visto il consistente contenzioso innanzi alle giurisdizioni amministrative nazionali e le numerose censure di gold plating della Corte di Giustizia UE, da ultimo con la recente sentenza n. 642/2022 in materia di possesso dei requisiti ed esecuzione delle prestazioni in misura maggioritaria da parte dell’operatore economico mandatario. In questo scenario il Legislatore ha l’arduo compito di elaborare un codice che metta le stazioni appaltanti nelle condizioni di acquistare il meglio e a prezzi ragionevoli.

Frutto di un’impostazione “storica”, a giudicare dai princìpi ispiratori della delega, il codice manterrà la distinzione tra appalti di lavori da una parte e servizi/ forniture dall’altra. Pur nella consapevole diversità delle due macrocategorie, la distinzione, spesso foriera di contenzioso, meriterebbe tuttavia un approfondimento in considerazione della nuova frontiera del value based procurement che obbliga le amministrazioni ad acquistare “valore” e, dunque, a dover concepire bandi nei quali diverse categorie merceologiche devono coesistere nella direzione di soddisfare le proprie esigenze. Sui lavori, l’intenzione del Legislatore è di semplificare la disciplina della programmazione, progettazione e del dibattito pubblico, assicurare la copertura dei rischi professionali in caso di incarichi di progettazione a personale interno alle amministrazioni, rivedere il sistema di qualificazione generale degli operatori economici (del quale si discusse già alla vigilia del codice del 2016), individuare le ipotesi di affidamento congiunto progettazione/esecuzione dei lavori (nel passato oggetto di alterne decisioni).

Sotto un profilo generale, il ventaglio dei princìpi ispiratori del nuovo codice fonda in larga parte le radici nelle fragilità dell’attuale disciplina: razionalizzazione della normativa primaria e secondaria, anche per semplificare gli oneri di partecipazione a carico delle imprese e dare certezza ai tempi delle procedure; suddivisione degli appalti in lotti sul modello dello Small Business Act della Commissione europea; semplificazione degli appalti sotto-soglia (sui quali, a più riprese, si era intervenuto con i c.d. “decreti semplificazione” e “sblocca cantieri”); rafforzamento dei metodi di risoluzione delle controversie alternativi al ricorso giurisdizionale.

I princìpi sulla revisione del prezzo, la promozione della stabilità occupazionale, parità di genere e inclusione lavorativa dei disabili derivano, invece, dalla crescente attenzione del Legislatore verso le sempre più frequenti emergenze sanitarie e geopolitiche, nonchè alle ricadute sociali dei contratti pubblici, secondo lo spirito ispiratore delle direttive appalti del 2014. Un capitolo a parte, per il rilevante peso che merita, è quello dedicato alla riforma delle stazioni appaltanti. Un buon appalto è il risultato di un’efficiente macchina amministrativa, che ben funziona lungo l’intero “ciclo di vita” di un affidamento, dalla programmazione sino all’esecuzione del contratto, controlli compresi.

Sotto questo aspetto la rivoluzione pensata dal Legislatore è copernicana: qualificazione, riduzione numerica e riorganizzazione delle stazioni appaltanti, incentivi all’utilizzo delle centrali di committenza, specializzazione del personale attraverso percorsi di formazione. Se così fosse attuata la riforma degli acquirenti pubblici rappresenterebbe un significativo traguardo. Per il degno completamento del quale riterrei, sommessamente, necessario garantire adeguate forme di tutela legale in favore di tutti coloro che si occupano di appalti nelle stazioni appaltanti. Approvata definitivamente la delega-appalti al Governo, non resta che attendere, sperando di avere entro l’anno un nuovo codice degli appalti degno delle sfide che l’Italia è chiamata a compiere (forse l’ultima grande occasione a disposizione per il rilancio competitivo del Paese!).

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